Contesto storico-culturale

MILLESIMO
Millesimo, visto dal fiume,
liturgie di case in saldo abbraccio
come volerne fare una muraglia
di pietre storie secoli venture:
nel Bormida controluci di anatre, canneti,
dondolio di aeree passerelle.
Millesimo, la piazza aperta al sole
Ci regala i suoi archi i suoi festoni
il gioco delle luci delle ombre
nei portici che odorano di pane.
Millesimo, fontane, pesci rossi,
fiori bianchi dell’ippocastano,
la quieta fusione del romanico
nella Santa Maria fuori le mura
col portico rivolto verso il fiume.
Quell’aria di casa, di famiglia
Mi commuove ogni volta
Che non distrattamente la respiro.

da “Segni bianchi sul muro” di Liliana Cusin Martino, 1994

 

1. MILLESIMO: IL TEMPO, I LUOGHI, LE ATTIVITÀ

Un blocco marmoreo riportante un’iscrizione votiva databile fra il I e il II secolo d.C., ora conservato nel Comune di Millesimo, testimonia il contatto che Millesimo ebbe con i Romani. Vi si legge: “Memore del voto fatto, Caio Mettio Verecondo Alba, figlio di Caio iscritto nella tribù Camilia, centurione della legione X “Pia Felice”, lieto e soddisfatto della grazia ricevuta”.
Nel 205 a.C. il cartaginese Magone, fratello di Annibale, nella seconda guerra punica, distrutta Genova, venne a Millesimo per sconfiggere le tribù filo-romane. Gli abitanti della Valle Bormida, Epanteri, furono descritti da Livio, Plinio, Cicerone e Strabone come persone rudi come la loro terra avara e bisognosa di molto lavoro.
Presso Millesimo fu costruita (109 a.C.) un’importante arteria stradale, denominata “Aemilia Scauri”, che rese il luogo crocevia di grande importanza dei collegamenti tra il Piemonte e la Riviera. Lungo tale via di comunicazione, in posizioni strategiche, sarebbero stati costruiti numerosi castelli.
In epoca medioevale, una volta compresa nei domini dei del Carretto, discendenti dal ceppo aleramico, l’Alta Val Bormida fu contesa tra il ramo carrettesco di Millesimo e quello del Finale. Enrico II del Carretto ereditò dal padre la direttrice del commercio savonese da Savona a Ceva e Mondovì con al centro Millesimo. Qui egli pose la sua residenza montana e fondò il borgo andato distrutto dalle incursioni saracene. Il 9 novembre 1206 il notaio Ruffino redasse l’atto formale con il quale Enrico II concesse una serie di franchigie ed immunità a coloro che avessero abitato il borgo di Millesimo.
Il borgo, circondato di mura con quattordici torri, nacque vicino al ponte della Gaietta, presidio della principale arteria stradale, contrariamente al primitivo vicus romano sorto presso la pieve romanica di San Pietro, poi Santa Maria extra muros.
Nel 1216 Enrico II completò l’opera con la fondazione del Monastero femminile di Santo Stefano dell’ordine cistercense, edificato sulle rovine di un preesistente complesso religioso appartenuto ai Benedettini di Savigliano. Il Monastero fu donato a Donna Petronilla, badessa della Savoia, che, con nove monache velate, vi fece il suo ingresso. Per provvedere al sostentamento del Monastero furono assegnati alle monache molti poderi, il diritto di follare i panni e di macinare il grano per gli abitanti di Millesimo.
Il motivo della rifondazione di Millesimo era quello di farne un centro di potere carrettesco sia militare sia religioso e il Monastero avrebbe continuato per molti secoli ad esercitare tale funzione sotto l’influenza dei del Carretto dominatori del borgo.
Negli antichi Statuti, conservati nell’archivio comunale di Millesimo, si legge che l’autorità feudale era rappresentata a Millesimo da un Podestà che faceva osservare i mandati dei Signori. Questa magistratura signorile era affiancata da quelle comunali: il Consiglio (formato da un Sindaco, tre giuratori e nove abitanti), l’ufficio dei “raspieri” (che sorvegliavano i venditori di carne, olio, sale e formaggio) e l’ufficio dei “campari” (che sorvegliavano i prati e i boschi).
La vite e il castagno, tutelate da leggi severe in caso di furto, erano le maggiori risorse per gli abitanti della Val Bormida. I vigneti di Millesimo erano sulle colline circostanti, mentre lungo le rive della Bormida si coltivavano, a fatica e non sempre con successo, frumento, granturco, legumi, cavoli e rape.
Il commercio a Millesimo aveva per oggetto la vendita di vino, delle castagne e dei bozzoli, scambiati con il grano, la canapa e il sale provenienti da Finale. Nel borgo il mercato era di mercoledì e i prodotti venivano esposti sotto i portici della Piazza, centro della vita e del commercio. I mestieri più diffusi erano quelli del macellaio, del fornaio, del fabbro, del falegname, del calzolaio, del bottaio, del muratore, del taverniere e del pollaiolo, assoggettati a severe prescrizioni.

2. I MONACI CISTERCENSI

I monasteri cistercensi si diffusero a partire dal 1098, anno di fondazione dell’ordine. L’architettura era collegata alla spiritualità dei monaci e ne rispecchiava la robustezza interiore e la semplicità. L’ordine cistercense fu una riforma di quello benedettino, aderente alla regola della preghiera e del lavoro, e i cenobi si diffusero in tutta Europa  con la fondazione di numerose abbazie.
All’interno del Monastero doveva esserci tutto il necessario (acqua, mulino, orto) affinché i monaci non dovessero uscire fuori a svantaggio delle loro anime. Il chiostro era il nucleo istituzionale degli insediamenti monastici e aveva forma quadrata, la chiesa era a croce latina, in genere disposta nel lato nord del complesso per ripararlo dai venti di tramontana e per non impedire alla luce di espandersi sugli ambienti. Nella sala capitolare si svolgevano letture e riunioni. Il parlatorio era un  ambiente di passaggio dei monaci dal chiostro ai terreni lavorativi. La sala e il dormitorio dei monaci erano divisi internamente da colonne. Infine si trovavano il refettorio, la cucina e le grange dove si conservavano i raccolti.

3. DA UN MONASTERO A UN CASTELLO: 1216-2006

Nel 1216 Enrico II Del Carretto, insieme con la moglie, donò l’abbazia, costruita su una preesistente sede benedettina appartenente ai monaci di Savigliano, insediatisi qui nel Medioevo, alle monache cistercensi, aumentando, così, il suo potere sul borgo di Millesimo, caposaldo del suo dominio nella zona. Qui le monache rimasero ed amministrarono i beni annessi per 600 anni, quando Napoleone il 2 ottobre 1802 soppresse le Corporazioni Religiose e tutte le 25 monache si ritirarono a Genova da dove provenivano le loro nobili famiglie. La badessa Petronilla entrò nel Monastero accompagnata da 4 monache velate, 4 scolastiche, un sacerdote e uno scolare. Molte donazioni ampliarono in seguito i possedimenti del Monastero, fino a quando nel 1225 il Vescovo di Alba consacrò la chiesa e nel 1245 papa Innocenzo IV con una bolla diretta alla badessa, ne confermò la fondazione ordinando che venisse professata la regola di San Benedetto, poi  abbandonata per quella di San Bernardo.
Il simbolo di San Bernardo, un sole con raggi ondeggianti, è scolpito su un capitello del chiostro e dipinto sulle pareti del dormitorio delle monache al piano superiore.
Il secolo XV fu un lungo periodo di prosperità per il Monastero, che venne abbellito con un secondo chiostro e con un affresco su una parete della chiesa, raffigurante la donazione del 1216. In esso, unico ritratto della famiglia di Enrico II, sono dipinti Enrico Del Carretto, la moglie Agata, la badessa Petronilla, S. Stefano e la Madonna con Bambino.
Gli stessi criteri compositivi di alcuni capitelli, che raffigurano anche il simbolo dello scudo a righe oblique del casato dei Del Carretto, del chiostro di Millesimo, di quello del Castello di Saliceto e di quello di Castel Govone a Finale, testimoniano lo stretto legame tra le tre costruzioni, i cui capitelli forse furono eseguiti dagli stessi maestri lapicidi, su ordine dei del Carretto. Al complesso si aggiunsero cappelle laterali nella chiesa e nuove colonne con tondi di ceramica policroma rappresentanti Madonna con Bambino e fiori.
Sul finire del 1400 i Francesi invasero la Val Bormida, danneggiando e saccheggiando, e con la pace di Cateau Cambresis del 1559 si conclusero le guerre, ma il Piemonte fu conteso da Francesi e Spagnoli. Nella Contea di Millesimo fecero irruzione nel 1578 alcune truppe spagnole per  punire il Conte Niccolò II del Carretto, accusato di complotto contro la Spagna. Nel 1636 lo stesso Conte cedette Millesimo e Cengio al Duca Amedeo I di Savoia, che dovette però soccombere agli Spagnoli fino al 1659. In quest’epoca il Monastero attraversò una grave crisi religiosa e morale per cui il Vescovo di Alba dovette richiamare le monache alla disciplina. Nel 1700, sotto il regime francese, Millesimo fu incorporato all’Impero e compreso nel Dipartimento di Montenotte. Dei conflitti franco-spagnoli è testimone il Monastero di S. Stefano dove fu sepolto il generale spagnolo Don Martino Di Aragona, ucciso a Saliceto. Durante le guerre napoleoniche scoppiate a Millesimo e Cosseria il 13 e 14 Aprile 1796, Napoleone Bonaparte sconfisse i Savoia tra le mura del Castello di Millesimo, dopo lo scontro con il Marchese Filippo del Carretto di Camerana, ucciso al servizio dei Savoia.
Dopo il 1802 il Monastero divenne residenza dei del Carretto che lo ricevettero da Napoleone e poi fu acquistato dai Marchesi Centurione Scotto di Genova, che ne fecero la propria residenza estiva ed iniziarono a chiamarlo “Il Castello”. In quest’epoca il famoso architetto fiorentino, Gino Coppedè, venne incaricato di trasformare parte del complesso in una vera e propria residenza ispirandosi al revival neogotico che imperava nel XX secolo. Venne costruito il torrione, affrescato esternamente con scene di corte medioevale e furono decorati i saloni con motivi geometrici e con il sole di S. Bernardo.

4. IL MONASTERO DI SANTO STEFANO

Dal 1939 “Il Castello” è  proprietà della famiglia Bruno di Millesimo, tuttora residente nei locali restaurati dal Coppedè all’inizio del secolo. Vicino alla residenza privata si trovano i vecchi granai, adibiti a stalle e deposito di legna e di grano. Nell’edificio adiacente alla strada statale, un tempo, forse, sorgeva una filanda. I tre complessi, collegati tra loro, sono circondati dalle mura abbaziali. La facciata della residenza padronale, restaurata come detto dal Coppedè all’inizio del secolo scorso, ha perso l’aspetto sobrio a favore di un’immagine d’impronta neomedioevale. Gli interventi interni sono stati principalmente di consolidamento; all’esterno hanno riguardato la torre che s’innalza a metà del corpo parallelepipedo principale. Fregi geometrici a scacchi e rombi accompagnano la serie di finestre archiacute, architravate, bifore, trifore, quadrifore e centinate. Dal giardino della residenza una scala in pietra conduce ad una terrazza antistante l’abitazione. Coppedè intervenne anche sulla zona a lato della chiesa, lungo la parete laterale nord, dove creò pilastri che sorreggevano imponenti arcate a sesto acuto di stile neogotico con decorazioni a rombi. Le arcate sono simili a quelle del Castello Mackenzie a Genova, l’opera più importante di Coppedè, mentre la base dei pilastri squadrata in cotto è autentica.

4.1 La chiesa

La chiesa dell’abbazia si presenta con una pianta a “tau”, come tutte le chiese cistercensi;  fu ricostruita in buona parte nel 1600 e per questo ha caratteristiche barocche. Il lato est è forse l’unico originario dell’antica chiesa altomedioevale, infatti la composizione di questo muro, stilata con malte a inerte a grana grossa, contiene ciottoli e pietre di fiume senza mattoni. Nel 1650 la badessa Giuliana del Carretto fece probabilmente ridurre le navate da tre ad una sola ed aggiunse il portico anteriore alla chiesa. La copertura a volta a botte è incrociata da unghioni laterali. In corrispondenza della porta d’ingresso si scorge il coro di legno, dal quale le monache assistevano alle funzioni religiose senza essere viste; gli stalli lignei riservati alle monache, sono un notevole esempio di arte barocca. L’affresco esterno, raffigurante la famiglia del Carretto e restaurato recentemente, era originariamente posizionato all’interno.

4.2 Il chiostro

I quattro lati del chiostro presentano cinque campate ciascuno, coperte da volte a crociera. Le arcate lungo i lati nord ed est sono rette da colonne quattrocentesche con basamento in arenaria, mentre nei lati sud ed ovest le colonne cinquecentesche sono angolari. Hanno fusto bombato e decorato da foglie nervate scolpite a bassorilievo. A nord del chiostro si trova un piccolo vano delimitato a destra da quattro colonnine ofitiche, tipiche dei monasteri femminili cistercensi, di arenaria e di colore azzurrognolo. Di fronte si scorge un capitello con un fiore inscritto in un cerchio ed alcune foglie scolpite. All’interno di una nicchia è posto il sarcofago del generale spagnolo Filippo Beaumont di Navarra, morto nel 1557 e forse ospitato nel monastero. I capitelli del 1400, tutti diversi tra loro, con motivi vegetali scolpiti a bassorilievo, sono simili a quelli del chiostro di S. Caterina a Finalborgo e del Castello di Saliceto. Su di uno appare il sole di S. Bernardo e su di un altro la data di costruzione del chiostro, 1456, con il simbolo dei del Carretto, uno scudo a strisce orizzontali. Il mascherone scolpito ricorre anche nel ciborio quattrocentesco della chiesa romanica di Santa Maria extra Muros di Millesimo e su  un lato del portale della chiesa di S. Lorenzo a Murialdo. Elementi decorativi del chiostro, ancora visibili, risalenti al XV secolo, sono gigli a bassorilievo lungo le finestre, pesci scolpiti, greche, decorazioni incise nel mattone a motivi vegetali. Le chiavi di volta dei lati sud ed ovest presentano tondi di ceramica policroma raffiguranti l’immagine della Madonna col Bambino e roselline in pietra.

4.3 La sala capitolare

La sala capitolare era situata nella zona est del chiostro, al piano terreno, vicino ad una scala, che conduceva dal chiostro al dormitorio del piano superiore ed era costituita da un vano di 27 metri per 6, coperto da una volta a botte. Il Capitolo monastico era una sala in cui ogni giorno la badessa riuniva le monache per leggere “l’Ufficio di Prima”, un capitolo della Regola di San Benedetto, e per comunicare le attività della giornata. Qui si svolgevano le riunioni per eleggere una nuova badessa e per ammettere le novizie. Il parlatorio si trovava vicino al Capitolo. Qui le monache potevano dialogare e svolgere le attività in comune.

4.4 L’attuale residenza

L’attuale residenza dei proprietari si trova nella zona a sud dell’antico cenobio e si snoda su di un unico livello al primo piano, raggiungibile con una scalinata esterna in pietra dei primi anni del secolo scorso. Il salone, coperto da volta a botte, è stato affrescato da motivi geometrici dall’architetto Coppedè. Una rampa di scala stretta e voltata a botte, completamente affrescata, porta al secondo piano, nel dormitorio delle monache, composto da stanze a pianta quadrata, piccole e uguali tra loro, costruite probabilmente nei secoli XVI e XVII, quando il monastero accolse anche le educande provenienti da famiglie nobili di Genova, come le badesse, molte delle quali, derivavano dalla nobile famiglia dei conti del Carretto di Millesimo.

4.5 I granai

Lungo l’ala nord dell’abbazia si trovano gli antichi granai, “grange”, nei quali si conservava il raccolto. Seguono la tipologia a capannone su due piani e hanno copertura a capriate lignee. Al secondo piano sono posti piccoli vani, forse utilizzati dai pellegrini di passaggio, ospitati qui per riposare. Nel Medio Evo nelle “grange” si tenevano castagne, frutta e grano importato. Generalmente c’era un “magister grancie” assistito da alcuni conversi e braccianti, che si occupavano di lavorare i campi e di quei lavori che le monache, essendo di clausura, non potevano svolgere. I conversi, laici lavoratori dei campi, dormivano in stanze ed edifici separati da quelli delle monache.

4.6 L’antico refettorio e le cucine

Nell’ala sud del complesso abbaziale si trovava il refettorio, accanto alle cucine e il “calefactorium”,  o “chauffoir”, unica zona riscaldata di tutto il monastero, dove le monache andavano a meditare o a leggere nelle giornate più fredde.

4.7 Un bacino murato nell’abside

Al centro del muro dell’abside della chiesa monastica è conservato un bacino ad impasto siliceo, una tipologia di importazione particolarmente rara in ambito locale ed extraregionale. Conservato per circa i due terzi, esso ha la forma aperta di un piatto dal cavetto poco profondo, con orlo breve e arrotondato, la cui vetrina trasparente alcalina si caratterizza per un intenso e uniforme colore azzurro turchese. Il prodotto, di particolare pregio e rarità, rappresenta il manufatto meglio conservato in ambito ligure di una produzione di probabile provenienza siriana, egiziana o mesopotamica che, attraverso i pochi confronti disponibili, può essere situata tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo.

5. GINO COPPEDE’, Architetto

L’architetto Coppedè, divenuto molto richiesto in quegli anni dalla ricca società genovese, costruì alcuni palazzi nel nuovo centro di Via XX Settembre e proprio per la sua popolarità fu chiamato a restaurare il Monastero di Millesimo acquistato dal Marchese Carlo Centurione Scotto di Genova.
Nato a Firenze nel 1866, la sua formazione fu fiorentina e la sua tradizione toscana. Lo “stile Coppedè”  appare nella realizzazione del castello Mackenzie a Genova. Dal 1900 al 1910 realizzò castelli, palazzi e ville tra cui Villa Turke a Sturla, Villa Cattaneo, Villa Frisoni. Tutte hanno in comune tra loro lo stile quattrocentesco, i dipinti raffiguranti scene rinascimentali, le finestre binate e, in molti casi, anche un’imponente torre nelle facciate. Villa Coppedè si trova in via Rossetti a Genova, risale al 1902 ed è un  castello turrito. Il castello Turke, costruzione a due piani, è una costruzione turrita a picco sul mare. In esso si trova anche una statuetta di S. Giorgio e il drago, immagine che ricorre anche a Millesimo scolpita su una lastra di ardesia nel Castello Centurione, come coronamento dell’ingresso principale al di sotto del portichetto rialzato.

6. LIALA E VITTORIO CENTURIONE SCOTTO

Amalia Liana Negretti nacque vicino a Como nel 1897, sposata giovanissima con il marchese Cambiasi, ufficiale di Marina, conobbe il marchese Vittorio Centurione Scotto, figlio di Carlo, impareggiabile pilota d’idrovolanti, perfetto e impeccabile gentiluomo. Fu subito grande amore e, cosa impensabile per l’epoca, Liana pensò di divorziare.
Il 21 settembre 1936, durante un allenamento per partecipare alla Coppa Schneider, voluta da Mussolini, il capitano Vittorio Centurione Scotto precipitò con il suo velivolo nel lago di Varese e morì. La salma riposa nell’antica cappella di San Giacomo, che fu dei marchesi Centurione, in Via Pilla a Genova Borzoli.
Liala, per il dolore, si ammalò e riuscì a superare quel difficile momento grazie alla scrittura. Scrisse il suo primo romanzo “Signorsì”, in cui immortalò il suo grande amore e narrò storie ambientate nel mondo dei motori e degli aerei: “Vittorio è un uomo fuoriclasse … è buono, leale …porta con disinvoltura uno dei più bei nomi … nessuno potrà mai dire cosa è avvenuto lassù mentre quel bolide rosso andava a 600 km all’ora … è rimasto due ore sott’acqua e quando l’apparecchio venne riportato a galla era ancora lì con le mani sui comandi, legato al posto di manovra … aveva un piccolo leggiero graffio al mento, null’altro …”.
Mondadori presentò la scrittrice a D’Annunzio che, colpito dalla profonda conoscenza che la donna aveva di aerei, la definì “compagna di volo e di insolenze” e le regalò un’ala con la scritta “A Liala”. Liala divenne il suo nome d’arte e da allora iniziò il suo successo con la pubblicazione di 90 romanzi.
“Ombre e fiori sul mio cammino” è il romanzo autobiografico in cui Liala narra la sua vita fino alla morte del marchese Vittorio. Nel libro si raccontano le visite effettuate alla famiglia Centurione Scotto a Millesimo: “… viviamo gran parte dell’anno nel castello … non lontano dalla riviera di ponente … là ho anche i miei cavalli … c’è un grande parco … nel gran cielo che si incurva sul castello c’è silenzio e pace … nessuna abitazione è prossima … esco dalla camera, che è al secondo piano, balzo giù dai gradini di bella pietra scura, marezzata …”.

SULLA RIVA DELLA BORMIDA
Ho riveduto,
sulla riva d’un giorno,
il giunco arcarsi, in un sospiro,
come l’esigua luna;
ho riveduto gli abbracci notturni
di elci e di abeti;
ho riudito i suoni conosciuti.
Ho riveduto, sulla riva, un volto;
riudito una voce per i giunchi:
forse una larva
della mia infanzia.

Cesare Garelli, 1940

GLI ANNI CINQUANTA

“… I tempi erano diversi per un sacco di cose. C’era una diversità nella luce e nel profumo dell’aria, nelle sensazioni che davano gli avvenimenti, nella velocità in cui avvenivano i fatti e i comportamenti. C’era un radicamento delle persone con il territorio, con le strutture e un’intensità di rapporti tra di esse. Non c’era la premura patologica di oggi, né il parlare febbrile di questi tempi: le parole venivano scandite senza fretta e senza affanno. Roma, Milano o la Sicilia erano veramente distanti, gli avvenimenti si conoscevano a distanza di giorni, mentre oggi viviamo in contemporanea….. Il suono delle campane lo sentivi diverso, irregolare: lo riconoscevi umano, prodotto da fatiche umane….. Le feste con i loro Natale magici sono tramontate, non hanno lo stesso sapore, né la stessa speranza, né la stessa attesa. Oggi è sempre Natale … “

da “Neve di una volta” di Edi Amendola, 1994